La gran rivale

Auteur : Luigi Gualdo

Édition : La gran rivale

Date : 1868

LA GRAN RIVALE

Luigi Gualdo

La gran rivale

Quando paſſavano dandoſi il braccio con quel paſſo giovane e unito e quel doppio ſorriſo; guardandoſi con quelli occhi che ben ſi vedeva erano ſenza ſegreti l’un per l’altro, con quell’armonia di andatura che indica l’armonia dei penſieri, era impoſſibile che in quelli che comprendono non deſtaſſero involontariamente un ſenſo d’invidia. Si ſeguivano con lo ſguardo e dopo non ſi poteva a meno che, fantaſticando, ſeguire col penſiero nella loro vita quei due eſſeri che davvero ſembravano eccezionalmente felici. Tornavano a mente allora tutte le ſcoraggianti elegie dei poeti che pretendono la felicità ſconoſciuta in queſta valle di miſerie[var]var.1877: Tornavano a mente allora tutte le scoraggianti elegie che negano ogni felicità in questa valle di miserie.
Ce passage semble refléter des éléments de la philosophie de Schopenhauer sur la quête du bonheur. Cette reformulation consiste à nier toute possibilité de bonheur sur terre, contrairement à la version initiale qui insistait davantage sur les espoirs vains des poètes.
e non ſi poteva a meno di penſare quanto quei due ch'erano paſſati ne foſſero una vivente contradizione e ſi ſentivano perfino le proprie idee triſti e tetre ſvanire come la neve al ſole e inſieme all’amaro dell’invidia ſorgere in cuore il dolce della ſperanza.

Eſſi erano una bella coppia davvero. Ella era una fra le donne che vedute una volta non ſi dimenticano facilmente e che ſenza eſſere di quelle bellezze che fulminano a primo aſpetto, commovono però fortemente ogni volta che ſi vedono. Imaginatevi un ovale di volto non perfettiſſimo, ma eſpreſſivo e caratteriſtico al ſommo grado, dei capelli bruni un po' più chiari quà e là, finiſſimi e folti; delli occhi grandi, tagliati in forma di mandorla, dallo ſguardo buono, dolce, penetrante; una bocca che attira, freſca e puriſſima, un naſino non greco e forſe un po' coſmopolita, ma ch'era talmente fatto per quel viſo da non ſembrare poſſibile in qualunque altro, una fronte perfetta, delle ſopraciglia d’un arco puriſſimo, e ſparſo ſopra tutto ciò una tinta di malinconia conſolata che riempiva l’anima di chi guardaſſe di penſieri ſereni. Il ſuo corpo, ſenza ricordare la maeſtà dei modelli antichi, era però ſeducente; era piuttoſto alta, con una vita fleſſibile da cui ſi allargava un buſto perfetto di forma e di una linea grazioſiffima di contorno, con un piedino che ſenza avere l’inveroſimiglianza chineſe dei piedi da romanzo era però affaſcinante per la forma e il momento e per l’ariſtocratica attaccatura promettente una gamba di belliſſimo diſegno. Egli era un bel giovane di un trent’anni, con una di quelle fiſionomie eſpreſſive in cui è impreſſo indelebilmente il marchio dell’intelligenza e dove ogni linea eſprime una tendenza o un ſentimento; la bocca, forſe un po' grande, aveva un ſorriſo pieno di bontà e d’ironia al tempo iſteſſo, e fra li occhi aveva quelle due piccole rughe perpendicolari che ſono il ſegno di una volontà feconda. Nell’inſieme era una di quelle figure che a primo aſpetto invogliano a ſtendere la mano.

Tutti quelli che viaggiano molto li vedevano ſpeſſo quando meno ſe l’aſpettavano; ſi ſcorgevano paſſeggiare ſui boulevards e non era difficile incontrarli una ſettimana dopo ſulle ghiacciaie o ſul Righi; nella ſala del caſino di Baden o a Nizza ſulla promenade des Anglais – ed eſſi erano una macchietta ſimpatica per qualunque ſcena. Certo li avrete veduti qualche volta in una barchetta qualunque, di autunno ſul lago di Como mirandoli ſtretti l’un contro l’altro il cielo vi farà parſo più azurro e la brezza più ſoave. Era bello vedere - quando correvano per i monti - la tenera ſollecitudine con la quale egli la ſorreggeva nei paſſi difficili e le dava la mano per ſaltare da qualche macigno e la ſerena confidenza con la quale ella ſi appoggiava al ſuo braccio. E allora il ſorriſo abbozzato ſulla bocca dell’uno ſi diſegnava fu quella dell’altro.

Ma la loro dimora abituale era Firenze, e tutti i giorni s’incontravano o ſul Lungarno o alle Caſcine, e ſpeſſo quando il ſole era tramontato e l’ombra ſcendeva, la loro carrozza s’internava nel folto delle piante, e allora la teſta di lei ſi appoggiava ſulla ſpalla dell’amante.

Queſta parola è ſtato pur forza ſcriverla,[var]var.1877: Questa parola s’è pur dovuto scriverla, poichè nemmeno la più piccola apparenza di una cerimonia civile o religioſa era paſſata fra di loro. Ed eſſi ſi permettevano ſpel momento di eſſere felici di tutta la felicità che può eſſere conceſſa quaggiù.

La loro ſtoria, il loro romanzo ſe ſi vuole, era curioſo aſſai per chiunque tenti analizzare i ſentimenti umani, ed era una prova di più che molto ſpeſſo in queſta vita le circoſtanze ne obligano a ſeguire una ſtrada aſſai diverſa da quella che ſi voleva percorrere. La prima volta che ſi parlarono fu ad una di quelle fiere di beneficenza, dove le ſignore fanno ſalire ad una cifra arbitraria il prezzo delli oggetti i più inſignificanti, a ſeconda del ſorriſo con cui li accompagnano. Alberto aveva già veduto molte volte la bella ſignora O, come tutti chiamavano la noſtra eroina, e l’aveva ammirata - tanto più ch'egli era particolarmente attirato da quel genere di bellezza, conſiſtente piuttosto nella eſpreſſione e nella tinta che nella regolarità dei lineamenti ma non le era mai ſtato preſentato.[var]var.1877: era particolarmente attirato da quel genere di bellezza moderna il cui fascino principale sta nell’espressione indefenibile; ma non la conosceva.
La beauté perçue comme une idée indéfinissable rappelle l’approche de Goethe, dans sa lettre à Hetzler, le 14 juillet 1770: “La beauté (...) c’est une silhouette chatoyante et flottante, dont aucune définition ne peut saisir les contours”. Variation sur l’esthétique du beau: la reprise de ce passage donne à lire une préférence pour la beauté expressive privilégiée notamment au XVIIe siècle au lieu de la beauté réduite à l’harmonie des traits physiques.
Quel giorno ella ſi trovava allo ſteſſo banco con una ſignora che Alberto conoſceva e queſta lo fece. Non furono ſcambiate che due o tre di quelle fraſi vane che ſi uſano in ſimili circoſtanze, accompagnate dall’inevitabile: « Spero che avrò il piacere di vederlo qualche volta » che una ſignora dice ſempre quando parla con qualcuno che conoſce da molto tempo di nome. Alberto vi andò pochi giorni dopo, ma, dobbiamo dirlo col maſſimo diſpiacere e chiedendone ſcuſa alle lettrici ſenſibili e amanti dei colpi di fulmine nella paſſione, ch'eſſi non ſi amarono il primo giorno che ſi conobbero, e nemmeno il ſecondo, e che neſſuna ſcintilla paſſò dallo ſguardo di lui in quello di lei. I loro cuori non cozzarono l’un contro l’altro come due proiettili e non ebbero ſul principio vicendevolmente che una di quelle frivole ſimpatie come ſe ne poſſono avere per dieci perſone a un tempo.

La famiglia di lei era aſſai riſtretta finanziariamente, per dire la parola, povera. Erano in molti, e i danari pochi, dimodochè quando il ſignor O ſi preſentò e chieſe la ſua mano, la propoſta fu accolta con l’entuſiaſmo di una felicità « ch'era follia ſperar ». Quando ella era giunta ai ſedici anni e che le veſti corte ſi erano dovute allungare dello ſtraſcico, all’affacciarſi di quel problema inquietante ch'è il matrimonio per le fanciulle che hanno per ſola dote la freſchezza verginea della guancia, la povera madre aveva ſentito l’angoſcia che tutte le madri in ſimili circoſtanze provano, e ſebbene quando quella fortuna inaſpettata ſi preſentò, ella le diſſe: « Emilia, penſaci bene prima di accettare e non fare che quello che il tuo cuore ti conſiglia, » lo diſſe però con una paura terribile di un rifiuto, e alla ſua riſpoſta affermativa le gettò le braccia al collo con uno ſlancio irreprimibile di riconoſcenza materna.

O era un negoziante di ſeta, ricco di un millione, generoſo, divertente nel ſuo inſieme. Giovane ancora benchè cominciaſſe ad impinguare un tantino egli era ſtato il ſogno di moltiſſime fanciulle, e la ſua ſcelta per l’Emilia, che «non aveva un ſoldo», fu cauſa di rabbioſo ſtupore per tutte. Rideva di un riſo forte, ſpontaneo, volgare; amava le donne, i cavalli pruſſiano-ingleſi e i romanzi di Ponson du Terrail, del reſto un buon diavolo nel ſignificato più elaſtico della parola, e capaciſſimo di un certo numero di buone azioni. Conceſſe a ſè medeſſimo il luſſo di ſpoſare una bella giovane ſenza dote, perchè ciò era nei ſuoi mezzi; inoltre perchè Emilia gli piaceva aſſai ed era una donna come la voleva lui « ſenza preteſa. » Il corredo fu magnifico e dopo ſei meſi di matrimonio, Emilia era ancora « feliciſſima. » Un anno però era appena traſcorſo, che già qualche modificazione ſubentrava e il colore delle coſe cambiava tinta.

O aveva una dopo l’altra ripreſe molte delle ſue abitudini di ſcapolo; li affari lo occupavano nella giornata; prima di pranzo andava a fare un giro a cavallo e dopo accompagnava ſua moglie in teatro o in qualche caſa, ove la laſciava e non ritornava a caſa che al mattino. Del reſto era ſempre gentiliſſimo con lei, preveniva i ſuoi deſideri, non diceva una parola per i conti piuttoſto lunghi e non aveva mai un momento di cattivo umore. Un piccolo erede era apparſo all’orizonte.

Emilia aveva accettata la mano di ſuo marito perchè non l’era diſpiaciuto e perchè non ſperava trovar meglio; ma capì in breviſſimo che non lo avrebbe mai amato. Ella ſi divertiva ma ſebbene non lo amaſſe il ſuo amor proprio ſoffriva alcun poco dal vedere quanto facilmente egli aveſſe ripreſe le ſue abitudini di prima.

Ella era un novello aſtro ſorto nel mondo elegante, e non tardò molto ad attirare li ſguardi. Tutti aſpirarono al piacere di conoſcerla, e in breve ebbe ogni giorno dopo le quattro un certo numero di giovani che tutti ſi credevano in obligo di farle la corte o di far credere che gliela faceſſero. Qualche ſignora dell’altiſſima ſocietà ſi degnò di accordarle la ſua amicizia; fu di tutte le feſte, di tutti i divertimenti. Cominciò per lei quella vita che comincia per tutte le donne in ſimile poſizione; fece parlare di ſè in modo vago ſenza però che nè le dicerie nè i pettegolezzi poteſſero appoggiarſi ſu alcun che di ſicuro, ſuſcitò quà e là qualche paſſione, eccitò molte rivalità che riuſcirono dolci al ſuo orgoglio muliebre, divenne di una certa abilità nella diplomazia feminile.

Quando ella conobbe Alberto, qualche anno era paſſato e le coſe erano in parte cambiate. Finanziariamente eranſi piuttoſto abbaſſati, poichè O sul principio aveva ſpeſo un po' troppo, e aggiungendoſi a ciò qualche ſpeculazione fallita, era ſtato neceſſario reſtringere le ſpeſe. Inoltre un vero dolore l’aveva colpita, la perdita del ſuo bambino, morto a due anni, e ciò faceva sì che la vita relativamente ritirata ch'era ora coſtretta di condurre, non le riuſciva di peſo; cominciava a ſentire un po' di quella ſtanchezza che ſi ſente quando manca uno ſcopo alla vita e quando all’iſteſſo tempo ſi ha conoſciuto qualche amarezza. Ella amava quel ſuo bimbo con tutte le prepotenze dell’amore materno, sì che fu per lei un male intenſo quando con la calma deſolante di quell’età ſe ne ritornò d’onde era venuto. Altre ragioni di minor peſo, e compoſte di una tal quantità di piccoli incidenti da rendere malagevole il particolareggiarle, vennero a rattriſtarla.

Sul principio, appena maritata, il poter ſodisfare la maggior parte dei ſuoi capricci, l’accoglienza benevola e quaſi feſtoſa che le venne fatta da ogni parte, i divertimenti molteplici a cui era ſtata fin allora così poco abituata, tutte inſomma le piacevoli novità del ſuo nuovo ſtato valſero a renderle la vita lieta ed occupata; poi vi erano ſtate le gioie della maternità; ma quando queſte l’erano ſtate tolte crudelmente, quando i capricci era ſtato forza moderarli, quando la ſocietà ſi era occupata meno di lei, e i divertimenti avevano perduto a poco a poco il brio della novità, la vita l’era apparſa vuota e triſte. Si trovava ſola, con un marito che non amava e che ſi curava poco di lei, a cui ora le preoccupazioni di danaro e le difficoltà toglievano l’allegria, con molte frivole conoſcenze e quaſi ſenza amici, un po' abbandonata dalla ſua famiglia, e ſentendoſi calare addoſſo lentamente il peggiore dei nemici, il più ſtupido dei mali - la noia. Vi era però, come ſi potrà ben credere nell’anima ſua una corda che non aveva ancor vibrato e che chiedeva di vibrare; quella voce ſegreta ed inſiſtente che tutti ne commove a un momento o l’altro, ella l’udiva, e comprendeva che vi è qualcoſa di più di quello che le veniva conceſſo.

Per una donna che trovandoſi nella poſizione di Emilia finiſce col cedere all’aſpirazione di cui ſenteſi ricolma e che cade, tutto è complice della ſua caduta; dovrebbero i moraliſti accuſarne tutto e tutti, incominciando pure ſe vogliono dalle leggi ſociali, ma contando perfino la brezza della ſera che le accarezza i capelli. Il peggio è che bene ſpeſſo in tal caſo ſpinta dalla brama di bere qualcoſa di più ſaporito che la tazza inſipida della vita abituale, correndo pazzamente alla ricerca di quella dolcezza ſublime e ſconoſciuta, molte volte ſcambia l’apparenza per la realtà, la copia abietta per l’originale fulgente, e ſi accorge più tardi con una fitta terribile al cuore, cauſa di guai infiniti, che ciò ch'ella ha cercato non lo ha trovato ancora, e allora le reſtano più violenti che mai e meno pure le aſpirazioni di prima, con le illuſioni di meno, e ſpeſſo il rimorſo di più.

È preſſo a poco lo ſtato d’animo in cui ella ſi trovava quando conobbe Alberto. Avvolta nella triſtezza di una vita vuota ed annoiata, aveva tentato fare come le altre che parevano trovare la felicità nell’amore, ma ſubito aveva rigettata la prova, ſcoraggita.

Alberto era un giovane com’ella non ne aveva conoſciuto ancora - abituata a non veder altro che i ſoliti tipi d’uomini di ſocietà come ſi vedono dappertutto. Egli era ſolo al mondo, non avendo quaſi conoſciuta ſua madre ed eſſendo il padre morto prematuramente, graviſſima perdita per lui. Appena incominciati, aveva abbandonato li ſtudi claſſici per darſi alla pittura, ſentendoſi da fortiſſima vocazione ſpinto verſo quell’arte. Frequentò aſſiduamente le ſcuole, ſtudiò, ebbe l’illuſione prodotta da una facilità ſorprendente di eſecuzione che viene molte volte ſcambiata con l’ingegno, ma la riuſcita non fu proporzionata all’atteſa. Si oſtinò, lottò gagliardamente, ma fallì e dovette perſuaderſi che ciò ch'egli aveva creduto iſpirazione era ſoltanto preſtezza di mano, che la via ch'egli aveva creduto gli veniſſe additata dalla forza del genio non era più ſua che un’altra, che la vocazione ch'egli credeva irreſiſtibile e profonda era una vocazione falſa.

Dovette perſuaderſi ch'egli era uno dei centomila illuſi che inciampano tutti i giorni e ſi ſtaccano e ſpoſſano ſulla via ch'eſſi avevano ſperato potere percorrere correndo e quaſi volando. Eppure ſpeſſe volte qualcoſa ſi rivoltava profondamente in lui contro a queſto crudele giudizio ch'egli aveva avuto il coraggio di pronunziare contro ſè medeſſimo; ſentiva che malgrado tutto egli era artiſta, ſentiva che ſe non rieſciva a concretare i ſogni che gli paſſavano per la mente, egli però li aveva ed erano pur ſuoi ed unicamente ſuoi. Che ſe non ſapeva tradurre ſulla tela i ſentimenti, i penſieri, le fantaſie, avrebbe forſe potuto eſtrinſecarli in quanche altro modo; ma queſto modo non lo trovava. La realtà gli ſtava intanto amaramente, ineſorabilmente davanti; non poteva in alcun modo negare che i ſuoi progetti giovanilmente ambizioſi foſſero ſogni e nulla più.

Egli era naturalmente di un carattere vivace, ſempre tentato di guardare le coſe dal loro lato più ridente; ma quel primo diſinganno che gli era piombato adoſſo ſul mattino della vita, aveva fatto una forte impreſſione ſul ſuo carattere e lo aveva un poco modificato. Egli dipingeva ancora, ma piuttoſto per il biſogno di un lavoro qualunque che per altro, non lo faceva più con quella ſperanza dolce ed acre ad un tempo di chi ſi ſente chiamato a creare, con quella febre che fa sì che l’artiſta è inamorato dell’arte più che di qualunque donna; l’ambizione, la ſete ſublime di gloria, l’invidia ſalutare dinnanzi alle opere dei maeſtri, tutto queſto era diſtrutto in lui.

Fortunatamente non aveva a lottare con la povertà, ſuo padre avendogli laſciato un piccolo capitale, modiciſſimo per molti, ma ſufficiente per lui. E fuori della ſua vocazione mancata, dei ſuoi ſogni d’arte ſvaniti, la vita gli era apparſa gaiamente riveſtita, ed egli era contento come non molti lo ſono. Egli era pieno di belliſſime doti; il ſuo cuore era giovane e largo, il ſuo ſpirito buono e vivace, il ſuo ſorriſo franco; aveva un’anima ſquiſita d’artiſta, una mente aperta a tutte le grandi idee. La ſua converſazione era ſimpatica, allegra, ſaltellante, varia, talora profonda, talora pazza, ſempre vera: ſi vedeva che diceva ciò che penſava, e che penſava ciò che ſentiva. Iſpirava la confidenza e l’abandono; ognuno capiva che ſi poteva dirgli tutto; che quella bocca che rideva così fragoroſamente per nulla, non avrebbe mai ſorriſo beffardamente dinnanzi a un ſentimento vero, di qualunque natura eſſo foſſe.

Emilia lo vide ſubito e dopo qualche volta che gli ebbe parlato, ſi ſentì attirata verſo di lui, perchè lo giudicava migliore e diverſo da quelli che aveva conoſciuto fino allora. Dopo qualche tempo compreſe che aveva in lui un amico - e un giorno incominciò il capitolo che le donne amano tanto, il capitolo delle confidenze che non finiſce mai, ma in cui non ſi dice mai tutto. Era una di quelle giornate che invogliano il cuore ad aprirſi e le parole recondite ad uſcire dal labro, uno di quei giorni in cui le ſimpatie ſi ritrovano, in cui involontariamente una lagrima che pare ſenza cauſa ſpunta nell’occhio. Il cielo era grigio, l’aria peſante, ſi ſoffocava fiſicamente e moralmente; ed era impoſſibile non eſſere invogliati, dopo aperte le fineſtre, a ſocchiudere il cuore. Nell’uſcire, Alberto ſentì qualcoſa che non aveva ſentito ancora e la conſeguenza fu che penſò ad Emilia tutta la notte e che non l’andò più a trovare per un meſe.

Egli aveva un po' paura. Anch'egli era ſtato colpito da quelle punture d’ago che ripetute fanno quaſi peggio che una buona coltellata una volta tanto, ed era venuto a quella concluſione a cui vengono tutti quelli nel caſo ſuo, che cioè l’amore come diſtrazione e ſollievo è la miglior coſa che vi ſia ſotto al ſole, ma che quando minaccia di prendere un poſto troppo grande nella vita non può diventare che una noia o un dolore, e che biſogna perciò sfuggirlo.

Quel meſe in cui tralaſciò di far viſita all’Emilia, ora ch'era diventato in lui un’abitudine l’andarvi, in lei un’abitudine il vederlo, fu noioſo per lui, e per lei fecondo di nuove idee e cauſa che un nuovo orizzonte le ſi ſchiudeſſe dinnanzi. Dopo quindici giorni cominciò a trovare la coſa piuttoſto ſtrana, poi la trovò noioſa, poi diſpiacente, poi capì che un poco ne ſoffriva. Fu in collera contro di lui, lo trovò maleducato e ridicolo; poi ſi fece inquieta ſul ſuo conto: « che gli ſia ſucceſſo qualcoſa, ch'egli abbia un qualche motivo per non venire? » Poi credette di averlo in qualche modo involontariamente offeſo, ma non trovò nulla. Finalmente un giorno che ſuo marito eſſendo di cattivo umore le aveva parlato un po' bruſcamente, penſò: « ma perchè mi abbandona ? », e ſi miſe a piangere e ſinghiozzare. Allora un ſoſpetto che non l’era mai venuto, l’afferrò, e raſciugandoſi li occhi dinnanzi allo ſpecchio, ſi vide pallida pallida con due puntini roſſi ſulle guancie e mormorò: « Dio mio, l’amo forſe? »

La caſa di Emilia eſſendo alla dritta, quando Alberto era obligato a paſſare per quella via ſtava ſempre a ſiniſtra, per poter reſiſtere alla tentazione di entrare. Un giorno che ſi felicitava più che mai in un ſerio ſoliloquio della deciſione preſa, miſurando quanto male potrebbe derivare dal abbandonarſi alla corrente, ſi trovò ſenza ſaperlo nella via della caſa proibita; paſſò al ſolito a ſiniſtra, ma quando fu in faccia alla caſa, abbaſſò d’improvviſo la teſta come un uomo vinto e come ubidiſſe fatalmente all’impulſo delle ſue gambe traverſò la ſtrada ed entrò.

La paſſione era calata ſu di loro lentamente; ſi era loro aggirata intorno con un fare ipocrita e li aveva circondati. È neceſſario raccontare ogni faſe della loro battaglia; dire come di giorno in giorno lottarono più debolmente, finchè non lottarono più, narrare la disfatta più gaia di una vittoria? Emilia aveva finalmente trovato qualcoſa quaggiù: le pareva di cominciare a vivere in quel momento. Coſa vi può eſſere di più dolce che una illuſione che ritorna?

Prima di conoſcere Alberto, la ſua ultima fede terrena, l’amore, ſcemava in lei d’iſtante in iſtante, e ſi ſentiva ſul punto di negarlo come aveva negato i divertimenti, le gioie mondane. Il ſuo ſogno roſeo ſi era infrante le ali contro ciò ch'ella credette la realtà, ed ora ſi accorgeva, col cuore traboccante da un’ebrezza indicibile, che la proſa della realtà poteva eſſere falſa e vera invece la poeſia del ſogno. Per un momento ſi era ſentita vecchia e le era ſembrato che i ſentimenti e i penſieri contradiceſſero con la ſeta dei capelli e la limpidezza dello ſguardo; ora invece ſi ſentiva il cuore pieno di una gioventù indomabile.

Le antiche idee lentamente ritornarono, la vecchia brama ricominciò a mordergli il cuore e ſentì di nuovo l’amarezza del diſinganno ch'era ſtato dimenticato. Lentamente l’anima ſua ſi rivolſe verſo un altro ideale, l’ideale di prima, l’amore ſembrò ancora dolciſſimo, ma non baſtevole, e un irreſiſtibile biſogno di azioni lo invaſe tutto. A queſto dovevanſi attribuire le lunghe ore di diſtrazione e di penſiero che turbavano la tranquillità di Emilia e le mettevano nel cuore il terribile preſentimento che la funeſtava. Egli paſſava lunghe ore rinchiuſo leggendo e ſtudiando, e coltivandoſi così lo ſpirito ed obligandolo ad un’attenzione ſeguita per un argomento ſpeciale lo diſtraeva dai penſieri ſcoraggianti e meſti che lo invadevano.

Fu allora che rivide quell’amico di cui l’incontro è ſtato raccontato da Emilia nella ſua lettera alla conteſſa. Si erano laſciati giovaniſſimi ed ora ſi trovarono con quella gioia che ſi ha di rivedere qualcuno con cui ſi ſono viſſuti i primi anni pieni di ſole, e di poterſi raccontare a vicenda i fiori e li ſterpi della via percorſa. E coſa ſtrana, quando poterono capire quali erano ſtate dal tempo della loro ſeparazione le loro vite reciproche, ciaſcuno invidiò l’altro. L'amico dei primi anni di Alberto era ſtato più fortunato di lui poichè, malgrado foſſe circondato da maggiori difficoltà materiali e crudelmente attaccato dalla povertà, pure riuſcì.

Fin da fanciullo egli era poeta, ed eſſendoſi coraggioſamente avviato a ſcrivere, ſi era reſo colpevole in breve tempo di due volumi di proſa e perfino di uno piccino di verſi che avevano ſubito meſſo il ſuo nome ad un poſto d’onde non poteva più ſcendere. Suo padre, che travolto nelle sfortune politiche aveva dovuto emigrare, aveva ſcelto Parigi per dimora, ed egli aveva avuto perciò una educazione italiana in famiglia, ma ſi era reſa al tempo ſteſſo tanto propria la lingua, e con eſſa lo ſpirito, il brio franceſe che ſi trovò naturalmente per queſta doppia educazione molto avanzato in letteratura.

Il primo romanzo, ſcritto in italiano, venne letto da diciaſette perſone e gli fruttò qualche centinaio di lire di ſpeſa, così ſi deciſe all’orrendo misfatto di ſcrivere il ſecondo in franceſe. In ogni modo egli era giunto; oramai non poteva più che ſalire. Aveva viſſuto una vita varia, divertente, fortunata; aveva provato la felicità del lavoro compreſo e ricompenſato, dell’ingegno apprezzato al ſuo valore; aveva avuto il ſucceſſo e l’applauſo, le diſtrazioni e l’ebrezza; pure quanto invidiò con tutta l’anima ad Alberto il ſuo amore e come avrebbe rinunciato a tutto per un giorno ſolo della vita dell’amico. Alberto, cui ora l’amore più non baſtava e ch'era pieno di deſideri inſodisfatti di lavoro, lo invidiava a ſua volta ben più profondamente.

Quel giorno in cui Alberto ricevette l’amico in caſa ſua, in quelle lunghe ore in cui ſtettero infieme rinchiuſi e che tanto inquietarono Emilia, non fu queſtione, come la poveretta credeva, di alcuna ſua rivale; non fecero altro che raccontarſi tutta la loro vita, dirſi le mille e due coſe che ſi hanno a narrare fra amici che tengono comuni ſentimenti, idee ed aſpirazioni, e invidiarſi un poco a vicenda. Alle parole d’incoraggiamento, piene di vita e di entuſiaſmo dell’amico, Alberto ſentiva una ſenſazione di beneſſere indicibile, e una lieve ſperanza, tutta verde e roſea, cominciava a rendere meno bruni i penſieri che da tanto tempo l’opprimevano.

Ma l’amico fece più e meglio che incoraggiarlo e rimproverarlo, gli additò una nuova via. Gli diſſe che le pagine ch'egli aveva ricevuto ſpeſſo, in cui Alberto diceva con l’eloquenza vera dell’anima, erano migliori che tutti i ſuoi quadri e che ſe ſi era dovuto perſuadere a gettare il pennello, come impotente a tradurre con eſſi i propri penſieri e le proprie fantaſie, poteva prendere la penna e tentare ancora una volta. A queſte parole la ſperanza ſi fece reale e gagliarda ed empì tutto il cuore di Alberto, e di un tratto vide aprirſi l’avvenire dinnanzi a ſè, ſi miſe al lavoro. Fu allora che Emilia ſcriſſe alla conteſſa: « non ſo perchè, ma ſento che non è più mio ». Aveva torto ?

Molto tempo paſſò ancora così. Alberto ſi accorgeva di giorno in giorno che i conſigli dell’amico erano i buoni e la ſua ſcoperta vera, ed ora incominciava per lui la luna di miele dell’arte. La via che prima aveva ſcelto gli riuſciva aſpra e difficile non eſſendo la ſua; queſta gli era facile ed incantevole. Il ſuo penſiero ſi allontanava da Emilia, ſebbene continuaſſe ad amarla; ma egli ſteſſo ſenza volerſelo confeſſare ſi accorgeva che l’amava meno.

Nella lotta della loro rivalità, l’arte alla lunga finiſce quaſi ſempre col vincere l’amore nei veri artiſti; malgrado ciò biſogna ammettere in un certo ſenſo che la loro potenza è quaſi eguale, poichè finchè l’amore c’è, l’arte non ha potenza alcuna, è d’uopo che paſſi, finiſca da ſè, e ſe allora l’arte ſubentra ſtabiliſce la ſua ſuperiorità aſſorbendo tutto e non laſciando più che neſſun’altra paſſione diventi padrona del campo. [note]Gualdo mobilise ici l'antinomie entre la passion amoureuse et l'activité créatrice. Alberto dimenticava dunque tutto il reſto e preferiva carezzare i lunghi capelli di Emilia che fare un quadro che oſcuraſſe la fama di Michelangelo.

Ma tutto paſſa quaggiù, e più ancora tutto diminuiſce. A poco a poco la felicità ſi fece, come doveva, più calma e allora la paſſione non baſtò a colmare da ſè il vuoto delle ore. Le antiche idee lentamente ritornarono, la vecchia brama ricominciò a mordergli il cuore e ſentì di nuovo l’amarezza del diſinganno ch'era ſtato dimenticato. Lentamente l’anima ſua ſi rivolſe verſo un altro ideale, l’ideale di prima, l’amore ſembrò ancora dolciſſimo, ma non baſtevole, e un irreſiſtibile biſogno di azioni lo invaſe tutto. A queſto dovevanſi attribuire le lunghe ore di diſtrazione e di penſiero che turbavano la tranquillità di Emilia e le mettevano nel cuore il terribile preſentimento che la funeſtava.

Si ricordava che tutti li artiſti hanno amato, ma ſi ſono reſi immortali per il loro amore, hanno utilizzato la paſſione ſervendoſi di quella luce che aveva brillato nella loro vita per farne un’aureola intorno al nome inciſo ſulla loro tomba. L'artiſta mette ſempre nelle ſue opere qualcoſa della propria vita ed egli abbiſognava ora di far ſoſta per ripenſare al paſſato, rigioirlo per così dire traducendolo col mezzo dell’arte e farne qualcoſa ſu cui fondare il proprio avvenire.

Ma egli rimaneva intanto in una inazione irrequieta e triſte che tentava invano d’ingannare coſtringendoſi a ſtudi ſeri nei quali non riuſciva che mediocremente ad intereſſarſi. Fu allora che rivide quell’amico di cui l’incontro è ſtato raccontato da Emilia nella ſua lettera alla conteſſa.

la vita nomade e un poco inquieta, i viaggi, li ſtrapazzi, tutto l’avevano impallidita, ſtancata, affievolita, ed ahime! benchè tanto giovane, qualche piccola ruga cominciava a raccontare ſul ſuo viſo la ſtoria della ſua vita[note]Cette évocation de la vie nomade est caractéristique de la mise en scène de l'artiste bohème. . Egli, malgrado la ſua diſtrazione, ſe ne accorgeva – e una pietà piena di un amore arcano e dolciſſimo l’aſſaliva tutto; e circondava per qualche tempo Emilia di cure tali da fare momentaneamente rinaſcere la confidenza nel ſuo cuore.

Un giorno giunſe ad Emilia una nuova inatteſa. Sua madre era gravemente ammalata e chiedeva di vederla. Queſta notizia la commoſſe fortemente e riſvegliò nel ſuo cuore ſentimenti da lungo forzati ad aſſopirſi. Ella non aveva veduto più neſſuno de' ſuoi dopo la ſua fuga e malgrado tutto aveva conſervato una profonda affezione a ſua madre, che, ſebbene ſevera e dura, era ſtata però buona a ſuo modo per lei. La notizia improvviſa fu una fortiſſima ſcoſſa. Riſentiva un immenſo dolore, dolore non affatto ſcevro dal rimorſo, per la malattia di ſua madre e le pareva che ſe aveſſe a perderla ſi troverebbe come ſola in un abiſſo.

Dal ſuo poſto favorito guardava il cancello e diceva fra ſè: « Ecco, io ſentirò la carrozza e correrò ad incontrarlo nel giardino ». E a un tale penſiero una gioia inenarrabile le rigonfiava il cuore. E ogni volta che paſſava una carrozza, ſi alzava per vedere e il cuore le batteva..... ma la carrozza tirava dritto.

« E ſe invece veniſſe di ſera ? » penſava invece talvolta. Io ſarei qui colla mia lucerna ed egli entrerebbe d’un tratto, ſenza che io me ne accorga..... Quando finalmente giunſe davvero, fu ben altra coſa; era un minuto in cui meno ſe l’aſpettava, quando d’improvviſo udì la ſua voce; egli parlava col giardiniere, entrando. Impallidi e un tremito l’aſſalſe, volle moverſi ma reſtò paralizzata ſulla ſedia; egli entrò ed ella non ſeppe che ſtendere le mani, poichè le parole non venivano..... Fu uno di quei momenti che compenſano di molte coſe; egli era un po' diverſo, ma di belliſſimo aſpetto e lo ſguardo contento.

Vedendola tutta pallida con le ſue veſti di lutto capì ogni coſa. Non ebbe biſogno di domandarle la cauſa del ſuo pallore e del ſuo decadimento. Ebbe rimorſo di ogni ora che aveva perduto nel venire e ſi ſentì ſul cuore un’amara ed immenſa pietà. Fu uno di quei momenti che non ſi poſſono deſcrivere. Inoltre gli parve molto bella. Oh quelle prime ore come paſſarono veloci! come ſi ſentì riſtorata quando potè avvolgergli il collo con le braccia e piangere ſul ſuo petto! Gli diſſe piano piano come ſe alcuno poteſſe udire: « Non ſei più mio, ma mi vuoi ancora un po' di bene, non è vero? ne ho tanto biſogno. Sai che ero così geloſa, ma come non te ne puoi fare un’idea! Ne vedevo tante di più belle, di migliori di me. Avevo torto e te ne chiedo perdono; neſſun’altra è venuta a frapporſi fra noi due. Ora non lo ſono più. Capiſco che non ne ami alcuna, ma capiſco che quel mondo che hai in te ha fatto piccolo il mio poſto nel tuo cuore. Tu mi dirai che mi ami ancora; lo credo, ma ſo che non ſei più mio. »

Tutti coloro che hanno perduto prematuramente una perſona cara, ſanno quali ſiano le angoſce, la diſperazione prodotta da una malattia mortale che inaſpettata, ineſorabile piomba ſu di una caſa come un uccello di rapina. Dio appare ſpietato e l’uomo craſſamente ignorante nel non ſaper mettere un argine al prematuro lavoro della natura; i medici ſembrano imperdonabili nella loro impotenza[note]Ici, l'impuissance des médecins clairement dénoncée confirme le rejet de Gualdo contre le discours scientiste érigé au XIXe siècle comme un modèle., e a un tratto tutto ne appar falſo, bugiardo quaggiù.

Pochi meſi erano paſſati dal ritorno di Alberto, quando la ſventura ſi abbattè d’improvviſo ſulla piccola villa ridente, ch'era ſtata ſpettatrice di tanta ſerena felicità. Sebbene ella aveſſe perduta la fede, pure la riunione dopo una sì doloroſa aſſenza aveva ridonato in parte ad Emilia la ſalute e le ſue guance cominciavano a tingerſi ancora di roſa; quando ſi miſe un brutto giorno a letto con una febre ardente. Dapprima fu creduta coſa paſſeggera, ma dopo qualche giorno preſe il carattere tifoideo. Nei corpi indeboliti e quando il morale ha avuto una troppo forte azione ſul fiſico tali malattie non perdonano[note]La typhoïde est une maladie infectieuse, fébrile, contagieuse caractérisée par des troubles digestifs..

Alberto non ſi moſſe una ſola ora dal ſuo letto; una triſtezza incommenſurabile s’impadroniva di lui dinnanzi a quella vita tanto amata che ſi ſpegneva avanti ſera; una triſtezza profonda - ma calma. N'era addolorato fin nel fondo del cuore, capiva che quella morte doveva porre il velo del lutto ſu tutta la ſua vita, ma era il ſuo un dolore ben diverſo da quello che avrebbe provato ſe una sì grande ſventura gli foſſe calata addoſſo prima che il nuovo ſcopo che ora ſi era prefiſſo l’aveſſe occupato.

Poco dopo il funerale giunſe ad Alberto una lettera che gli annunziava come l’opera ſua foſſe ſtata più che favorevolmente accolta. La via ſi apriva bella dinnanzi a lui; le difficoltà non mancavano, ma un po' di fortuna e molto vigore le fanno ſormontare. Quando ſi trovò ſolo e che potè riaverſi un poco dall’orribile sbalordimento di un colpo così rapido, così violento, così inaſpettato, ſi ſentì tutto invaſo da un immenſo dolore, calmo e durevole.

Si ſentì diverſo. Dei penſieri che mai gli erano venuti prima li ebbe ora, nuove e più profonde voci gli ſi ſvelarono nel concerto del mondo, il ſuo occhio rattriſtato vide chiaramente molto che prima non poteva che intravedere, la ſua fantaſia ſi aumentò di una parte eſtraumana che prima non conoſceva, la ſua imaginazione preſe un volo più vaſto, capì ciò che prima non ſapeva capire, altri palpiti gli agitarono il cuore; quelle ali inviſibili che tutti ſi ſentono coloro che tentano di creare, d’improvviſo ſe le ſentì più poſſenti - d’un tratto, egli che non aveva mai ſcritto un verſo, ſi riſvegliò poeta.